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Dhawalagiri, Nepal
A piedi, dove vuoi!
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Eccoci come promesso sul tetto del mondo. Nell'unico modo possibile: a piedi.

Prima di partire e' meglio tutelarsi in tutti i modi possibili e un venerdi' mattina all'alba vado nella piazza dei templi a Kathmandu', a lasciare un'offerta al Bisyak Ashok il tempietto dei viaggiatori.

Con la mia tika rossa in fronte si parte, destino Annapurna circuit e i suoi 200 km di cammino con altitudine max  5400 m.

Il cammino inizia da Besishar, quota 800 m. Da qui procede per un bel po' immerso nella forsta pluviale fino a Tal, quota 1700 lungo il fiume i piena dove mi lavo e mi prendo un bel raffreddore (il secondo giorno). Da qui ogni paese che si incontra ha la sua fila di barattoli rotanti, i mani buddisti che se fatti girare spargono mantra, preghiere, al vento. Lo stesso vale per le bandierine colorate poste in cima a case, montagne e monasteri.

Il terzo giorno si entra nel cuore della montagna e le cascate lungo il sentiero si fanno sempre piu' fragorose. La sera, dopo una sconfinata foresta di pini (sembrava piu' l' Austria che il Nepal) arrivo a Bahatrang (2800 m.) un paesino di legno in cui in totale vivono 5 abitanti, per fortuna uno dei 5 e' un neonato di pochi mesi.

Il quarto giorno si inizia a fare sul serio si passa Pisang ( quota 3100) dove c'e' un'anfiteatro glaciale che e' una gioia per gli occhi. Si arriva a Humde, che sembra la casa nella prateria e infine a Manang (quota 3500m.). Manang e' il principale centro della regione e si puo' arrivare fin qui solo a piedi. Il paese e' circondato da verdi praterie, campi di fiori rosa, laghi glaciali e le maestose vette bianche dell'Annapurna 2, e del Gangapurna (entrambe ben oltre i 7000 m.)

Per la sua belleza, non a caso viene paragonata a Shangri-la ( l'equivalente himalayano dell' Eldorado sudamericano). Essendo in bassa stagione i costi sono piu' che ridotti e si puo' dormire in casa della gente pagando solo il dal bhat (piatto nepalese di riso e lenticchie che si mangia sempre). Qui la gente ha origini tibetane e si puo' assistere a performance religiose emozionanti come a spettacoli cruenti quali la mattanza dei fieri yak.

Lasciata a malincuore Manang, si entra nel duro del trekking: l'obbiettivo sono i 5400 metri del passo del Torong-la. Il paesaggio si fa aspro e il cielo minaccioso. Il vero nemico e' il mal di altitudine che non perdona e costringe a ritornare indietro e acllimatarsi di piu'. La quinta notte raggiungo il base camp del passo, un rifugio attrezatissimo a quota 4500 m. Il fiato e' corto e la notte diluvia.

Il mattino sveglia alle 4,30, colazione dei campioni e via ad affrontare il muro di 1000 metri che ci separa dal passo. E' dura. Ma a parte qualche capogiro, nente mal di montagna. Dopo 4 ore e mezzo di calvario e' fatta si vedono le bandierine buddiste, gioia immensa!

All'arrivo in cima quello che non ti aspetti: esercitazione dell'esercito con bersagli mobili e proiettili veri, io e un gruppo di spagnoli (ache loro senza guida e portatori) rimaniamo sbigottiti in mezzo al frastuono dei proiettili che rimbombano nell'eco dei monti. Cosi' svalichiamo il passo in fretta e furia e la discesa sono altri 1000 metri quasi in verticale, una vera tortura per muscoli e articolazioni. In piu' piove e ci prendiamo un sacco di culate nel fango.Col culetto blu e le gambe molli si arriva a Muktinath, alle porte del deserto del Mustang. Qui tiro il fiato e mi godo i suoi 3800 metri e la sua atmosfera mistica. Dormo all'hotel Bob Marley che fa la mitica rasta-pizza, con ingrediente speciale..

I giorni successivi vago per il deserto del Mustang, un posto meraviglioso e sevaggio. I paesaggi ricordano quelli dei films western e un po' la Cappadocia. Il vento soffia costante e il sole ustiona.

I pochi paesini sorgono su oasi verdi (piene di albicocche, gnam gnam) e sembrano usciti dall'eta' della pietra. I templi di argilla secca e pinacoli di roccia custodiscono misteri antichi. La gente, soprattutto pastori semi nomadi,  e' affascinantissima. Mi fermo a Kagbeni, e a Tangbe (con uno stratagemma da italiano riesco a non pagare la tassa salatissima dell'ingresso nell'area protetta dell'upper mustang, 700 dollari!). E' liberta' allo stato puro, attorno il cielo e gli spazi sono immensi. E' l'ultima meta del trekking, un gioiello proibito. Una mattina all'alba spunta dalle nubi la testona bianca del Dawlaghiri un gigante di 8000 e piu' metri.

Da qui ritorno sui miei passi verso Jomson, cittadina di montagna e capitale del basso mustang che si e' sviluppata col turismo. Qui c'e' l'aeroporto che collega a Pokkhara, il secondo centro del paese. Purtroppo i soldi sono pochi e niente aereoplanino per me, ma 22 h di bus e jeep con rasette tremende sul ciglio dei burroni. Il monsone si e' mangiato quasi tutte le strade di terra, per cui il viaggio e' un massacro. Piu' di un paio di volte ho pensato che fosse la fine, ma le benedizioni del tempio dei viaggiatori hanno retto. Nonostante tutto e dopo 12 giorni, 200 km a piedi e tutte le condizioni meteo possibili si ritorna un po' tremolanti a casa, a Kathmandu'...





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