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Scrivo dal futuro, ma tutto fuori dalla capitale sembra legato al passato. Fatta eccezione per i bus e i camion lanciati in folli corse su e giù per l' Himalaya (corse che molto spesso finiscono molto male), tutto ricorda la vita di qualche secolo fa. La scorsa settimana secondo il "nepali Bikram Sambat", il calendario nepalese, introdotto nel nostro medioevo da un re e preservato fino a oggi, si festeggiavano due importanti eventi: la festa della mamma e l'inizio del 2067. Seppure in giro non c'è molto di quello a cui noi siamo abituati, ciò non rovina la festa nepalese.
Nel paese Himalayano sono due i posti dove si festeggia il capodanno con maggior pathos. Uno è Bhaktipur, uno splendido paese medievale dove forse ci sono più templi che case. Qui il capodanno è un evento religioso Hindù scrupolosamente celebrato. La folla si raduna nella piazza principale (Durbar square) e qui hanno inizio i numerosi rituali che culminano con l'incendio di un palo posizionato nel centro della piazza. Il tutto condito con cibo tradizionale, danze, musica e fumi (sarà solo incenso?).
L'altra grande attrazione è meno tradizionale, ma richiama centinaia di persone tra turisti e giovani nepalesi. È il rock festival di Pokhara. Tre giorni di musica e divertimenti in riva al lago.
Pokhara è un posto incantevole: immerso nel verde delle foreste, si specchia su un lago dove si pesca, si nuota e, siamo pur sempre in Nepal, si prega. Dietro le verdi colline riposano mansueti due massicci di 8000 metri e l'Annapurna, la montagna sacra dalla punta a coda di pesce. Nei giorni più limpidi le montagne fanno capolino da dietro le colline ed è possibile vederle dal centro del lago. Noi purtroppo abbiamo avuto meno fortuna. In tutta la cittadina l'attesa cresce febbrile e l'atmosfera di festa e vacanza è palpabile: le vie sono addobbate con striscioni, la gente si trova per strada a chiacchierare e a giocare a una specie di backgammon.
L'area del festival si trova esattamente nella parte centrale del lago. Nonostante la mancanza di elettricità e il ricorso forzato a generatori supplementari (tipo motori di trattori) l'allestimento è in grande stile: il palco è grande, c'è un' area ristoranti e un'area luna park con una ruota panoramica e l'immancabile caravella. Il tutto ricorda molto da vicino le sagre patronali che ci sono generalmente d'estate da noi, se non fosse per due inquietanti svastiche all'ingresso del parco. Non viene automatico ricordare che prima di essere scippata dal Reich la svastica era un simbolo solare presente tutt'oggi in molte abitazioni nepalesi.
Una volta oltrepassata la svastica rimango per un po' a guardarmi attorno e più che sui divertimenti mi concentro sul mix di persone diverse che scorgo intorno a me.
Entusiasti teenager nepalesi indossano magliette dei Metallica, di Britney Spears, di Hilary Duff (qualcuno mi sa dire chi è?), di Eminem e qualche giovane punk dagli occhi a mandorla anche quella dei Ramones.
Al contrario i visi pallidi europei o americani camminano scalzi, coperti da tuniche orientaleggianti e sciarpe dai colori vivaci.
Sono effetti perversi della globalizzazione? O forse ognuno di noi cerca di essere quelo che non è?
Solo Marzullo potrebbe rispondere, magari con un'altra domanda.
La festa sta per cominciare e a questo bizzarro capodanno non mancano invitanti importanti: alpinisti allenati o montanari dell'ultim'ora con gli occhi colmi di paesaggi maestosi; per loro birra a fiumi e bistecche a volontà.
Qua e là tra la folla intravedo bizzarri personaggi di mezz'età. Con un paio di loro mi dilungo in chiacchiere senza capo né coda. Sono i reduci di un intenso passato lisergico, seguaci di un sogno che non si è avverato ma per cui è valsa la pena dedicare una vita. Sono loro, i veri hippies quelli di cui si è sempre sentito parlare ma raramente incontrato perché i puri che non sono scesi a compromessi e scivolati nei comfort e negli status symbol borghesi sono rimasti in pochi.
Alcuni (r)esistono ancora. Per prima alla fine dei settanta cadde la roccaforte Kathmandù, diventata troppo caotica e restrittiva in quanto a narcotici. Il rifugio sicuro divenne Pokhara dove regna la quiete, l'armonia con la natura e un clima adatto a qualsiasi tipo di coltivazione. Così ancora oggi all'alba del 2067 per molti il lago è il punto di partenza per raggiungere esperienze cosmiche.
Perso nei sogni di amore universale mi accorgo che il primo gruppo ha già suonato. Il secondo gruppo invece non passa inosservato perché una "epic metal" band nepalese non capita tutti i giorni di sentirla suonare. Capelli lunghi volteggiano sul palco tra urla gutturali e fiammanti schitarrate, mentre sotto il pubblico salta e poga. Non fosse per la lingua ostica e per la clamorosa assenza di bandiere del Che e della Sardegna sembrerebbe di stare a un festival in Europa.
Dopo il metal è tempo di rock che come il whiskey è più buono quando invecchia, sul palco sale la star della serata: "Robin and the new revolutions".
Il rock è grezzo quanto basta e il pubblico in delirio, il clone nepalese di Lou Reed inizia il conto ala rovescia per il 2067. Ci siamo, abbracci e pochi baci perché il bacio in pubblico è vietato in quanto molto intimo.
La festa prosegue fino alle 2 e mezza (ore piccole per i nepalesi) e tutti, chi in gruppo chi da solo, tornano a casa barcollanti. In molti devono riposare per l'immancabile pic-nic con parenti e amici del primo dell'anno che di solito si consuma lungo uno dei tanti torrenti.
Così se ne va il 2066 e mi chiedo se nel nostro 2067 sarò ancora vivo e soprattutto se riuscirò a bere così tanto.
Buon 2067, pace, amore e rock and roll!







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